Vincenzo Quaggio 3 - Alcolore

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Racconti
SIA FATTA LA TUA VOLONTA’
Sottotitolo
Fai del bene scordalo fai del male pensaci

3° Racconto erotico scritto da Vincenzo Quaggio


Ero appena tornato a casa, in quella tiepida serata di fine settembre, al mattino ero stato da una cliente in provincia di Verona, per essere esatti a Soave paese rinomato per le sue colline dove si producono dei vini eccellenti, per sentito dire in quanto io sono astemio. La mattinata era trascorsa discretamente e vista l’ora, volevo alzarmi il morale recandomi a pranzo in un accogliente ristorantino che si trova proprio sulla statale per Verona dove, nel pomeriggio avevo appuntamento con Irene, arrivai verso le 13, la sala da pranzo era pulita e accogliente con quelle tovaglie a quadri bianchi e rossi che davano al locale un aria rustica. inoltre si mangiava molto bene, piatti di una buona cucina veneta con un ampia scelta, mangiai con appetito, poi detti un’occhiata al giornale ordinai il caffè, il conto e dopo aver pagato me ne andai.
Risalii in macchina e imboccai la statale per Verona, Irene, con la quale avevo appuntamento per le 15, era la proprietaria di un grazioso negozio in piazza Bra, proprio dove si trova la famosa Arena di Verona negozio ben frequentato dalla Verona bene, si dice. Irene era una donna sui 35 piacente e attraente, non era bella, ma era una di quelle donne che quando ti guardano ti fanno sollevare il morale, alta ca. 1,75 per una taglia 48, dunque con la giusta quantità di carne nei posti strategici, capelli lunghi e mossi tipo fatalona, occhi grandi e verdi, usava indossare delle minigonne che non erano tanto adatte alla sua figura, però erano molto eccitanti di solito, indossava magliette e camicette che mettevano in evidenza il suo bel seno, insomma, una donna eccitante, non aveva un bel carattere però, era altezzosa e severa con le sue collaboratrici, una era Michela una bellissima ragazza taglia 42 poco seno ma due gambe e un posteriore da paura l’altra era Roberta una bravissima commessa cortese e paziente con tutti ma non eccezionale nell’aspetto, per finire, c’era Martina la più timida, riservata e dunque la più maltrattata.
Cominciai ad illustrare il campionario, che quel anno era particolarmente ricco di novità, il capo che sollevava più ammirazione, ed era la prima volta che veniva presentato, era un body tutto di pizzo nei colore bianco, nero, avorio e, un rosa pesco che era il più gettonato. Irene si propose di indossarlo per valutarne la vestibilità, io intervenni facendole notare che la taglia del campionario era una 42, e con garbo, le feci capire che per lei era piccolo, proposi che a provarlo fosse Michela, taglia 42, ma Irene troncò subito dicendo: -“ ma cosa vuoi farlo provare a lei, non può stare bene, non vedi che ha poco seno !”, non ebbi il coraggio di contraddirla, continuai ad illustrare il campionario e per mia fortuna, l’ordine che ne segui mi soddisfò abbondantemente.
E fu così che arrivai a fine giornata, ero stanco ma soddisfatto del lavoro svolto, non avevo voglia di prendere l’autostrada per il ritorno, volevo rilassarmi, e così imboccai la statale, accesi la radio sintonizzandomi su un’emittente locale che trasmetteva musica “liscio”, metteva buonumore e allegria, inoltre le mie gambe si muovevano accennando passi di danza.
Il tempo passò velocemente e prima che me ne rendessi conto mi trovai a casa, misi la macchina in garage e salii le scale che portavano al giardino dove un vialetto illuminato conduce alla porta del mio appartamento, appoggiai la valigetta mi sfilai le scarpe e comincia a pensare a qualcosa da mangiare, non avevo particolarmente appetito, il pranzo fatto era stato abbondante e di mio gradimento ed ero sazio.
Squillò il telefono e risposi, sperando che non fosse qualche grana di lavoro, era il mio amico Giorgio. Giorgio abitava a 8/10 Km da casa mia, -“ciao Romeo”, lui mi chiama così, -“cosa dici, usciamo stasera? Ti va se andiamo a mangiarci una pizza verso Jesolo e poi un salto in discoteca?”, rimasi un pò pensieroso su cosa rispondergli, poi dissi, -“va bene andiamoci, tra quanto arrivi?” –“tra 25/30 minuti”, -“ va bene ti aspetto”.
Mi cambiai mettendomi in tenuta da discoteca che consisteva; in un paio di mocassini in pelle, molto morbidi di colore bianco, ovviamente senza calzini, un paio di pantaloni sempre bianchi in misto lino una T-shirt a mezza manica scollata a V di colore nero e sopra una camicia sempre in lino di colore bianco, in testa usavo mettere un cappelletto di paglia che avevo acquistato anni indietro all’isola di vulcano in un viaggio che feci in Sicilia dove andai a trovare una mia collega di lavoro ( ma questa è una storia che racconterò nel mio prossimo racconto), ero pronto.
Ero tentato di prendere la macchina, perché Giorgio non arrivava - Dovete sapere che Giorgio è nato con le tagliole nelle tasche cioè, se lui mette le mani in tasca per prendere dei soldi la tagliola gli trancia la mano, questo è il tipo. Aveva iniziato l’Università Ca’Foscari a Venezia, ma non era uno studioso, ebbe il culo che gli venne offerto un posto di lavoro come segretario nella stessa università e lui, accettò, dunque andare con lui voleva dire ospitarlo, ma siccome era piacevole nella conversazione ogni tanto lo accontentavo, aveva coraggio di sedersi su quegli sgabelli alti che si trovano adiacenti ai banconi dei bar delle discoteche, vuotare 8/10 coppette di patatine noccioline salatini ecc. ecc. poi ordinare un bicchiere d’acqua con ghiaccio perché, diceva, gli alcolici e le bibite gassate gli provocano il mal di stomaco,
fumava, ma quelle degli altri, le sue, erano sempre rimaste, a casa, in macchina, nella giacca in guardaroba oppure si era dimenticato di prenderle, un vero personaggio.
Arrivò di li a poco e partimmo verso Jesolo, arrivati nei pressi di Piazza Milano parcheggiammo e prendemmo la stradina che porta in Via Bafile, la strada più frequentata di Jesolo, è un via vai di gente e data l’ora, trovare una pizzeria senza perdere tanto tempo era un’impresa disperata, comunque oramai eravamo lì !
Fummo fortunati e trovammo un localino niente male, ci accomodammo e la pizza non tardò ad arrivare, mangiammo senza fretta, con calma, essendo seduti all’aperto si poteva passare il tempo a guardare la gente che camminava su e giù, chi con il gelato chi con quei bicchieroni di cartone della Coca Cola, bambini che si rincorrevano per giocare, tedeschi con i classici pantaloncini in cuoio, francesi molto eleganti, spagnoli con i capelli neri neri, insomma una mescolanza di razze e di colori, la cosiddetta Jesolo bay nigth.
Pagai e ci alzammo incamminandoci verso la discoteca poco distante, era quasi mezzanotte, l’ora giusta per entrare. All’interno c’era un’atmosfera allegra e gioiosa, la musica a tutto volume, c’era una grande confusione tutti si stavano divertendo, Giorgio si diresse subito verso il bancone del bar dove si appollaiò sullo sgabello e cominciò la sua serata a base di salatini noccioline patatine e bicchieri d’acqua rigorosamente con ghiaccio, io me ne andai un po’ in giro a guardare la gente che si divertiva.
L’interno della discoteca era strapieno camminai verso il bordo della pista la quale era a una 50 di cm dal pavimento e tutta illuminata da luci psichedeliche che a volte ti facevano male agli occhi, mi sedetti su una specie di panchina da dove potevo vedere chi stava ballando, era uno spasso, vedere i vari stili i movimenti c’era un gruppo abbastanza numeroso di ragazzi e ragazze che pareva si stessero animando più degli altri saltavano, alzavano le mani e si muovevano a tempo di musica, sul piatto c’erano i Village People con la loro Y.M.C.A. e subito di seguito Macho Man, ad un certo punto una ragazza, che tra l’altro avevo notato, si staccò dal gruppo venendo verso di me, ai piedi portava delle scarpine leggere e comode in vernice nera, indossava un paio di jeans e una maglietta bianca con delle paiettes multicolori che formavano la scritta “ I LOW MY” indossava un piccolo gilet senza maniche sempre in jeans che si tolse nel venire verso di me, lo buttò sulla panchina, poi mi diede uno sguardo e disse, -“me lo puoi guardare?” – “te lo tengo, così sarà più al sicuro “ dissi, forse, lei accenno un sorriso e disse –“se non lo trovo quando torno guai a te”, era bella quella ragazza, aveva gli occhi azzurri un viso largo e poco truccato, le labbra carnose appena con un po’ di lucidalabbra, i capelli biondi molto corti e stilizzati con del gel, snella alta ca. 1,70 la guardai per un bel pò mentre si divertiva in pista, dopo una 10 di minuti tornò verso di me sventolandosi con le mani e la lingua di fuori aveva le guance leggermente lentigginose tutte arrossate per il calore, si avvicinò dicendomi, -“se hai perso il mio gilè ti ammazzo” io mi misi a ridere e glielo porsi dicendo, -“dai siediti e riprendi fiato”, disse –“ il gilet tienilo tu” si sedette allungando le gambe e appoggiando la schiena sullo schienale della panchina con la testa all’indietro. Dopo un pò le chiesi, -“ti stai riprendendo?”, non rispose, -“vuoi che facciamo due passi” proposi, si girò verso di me scrutò con molta attenzione ci pensò un momento poi disse –“ma si andiamo così mi rilasso un pò” uscimmo dalla discoteca dopo averci fatto fare il classico timbro sulla mano e ci incamminammo verso via Bafile, dopo averla attraversata cercando di zizzagare tra la gente che, nonostante l’ora, era ancora a passeggio, imboccammo la stradina che porta al mare, raggiunta la sabbia notai poco distante, nonostante il buoi, dei pattini arenati in attesa di essere rimessi in mare la mattina seguente. proposi di sederci in modo d’appoggiare la schiena su di essi. Eravamo in posizione sufficientemente comoda non stavamo male, l’aria proveniente dal mare, era fresca e leggera si stava bene. –“come va ?” le chiesi –“ci voleva” rispose, -“qui si sta proprio comodi” poi mi chiese, -“ma tu, non sai ballare ?” –“si però, preferisco il liscio, sai avevo appena 8 anni quando mio padre suonava la batteria in un orchestra e mi portava nelle varie sagre paesane dove si ballava il liscio, come vedi ho cominciato presto, credo di avere i passi di danza scolpiti sui miei piedi poi, suppongo, visto come so ballare la discomusic, di avere la musica nel mio DNA” risposi e continuai –“Purtroppo però all’età di 14 anni mio padre morì, lasciando un grande vuoto in tutta la famiglia, sopratutto in me che l’ammiravo, lo stimavo e lo amavo molto, così tutto d’un tratto mi ritrovai adulto,cioè, erano gli altri che mi facevano sentire adulto, io ero ancora un ragazzo, mi continuavano a ripetere che adesso ero io il capo famiglia ma avevo solo quattordici anni volevo giocare, ridere, divertire indossare dei vestiti nuovi come tutti gli altri ragazzi, e invece ero capo famiglia, non lo avevo chiesto io di esserlo.”
Lei è rimasta in silenzio ad ascoltarmi, sembrava commossa dal mio racconto mi mise una mano nei capelli quasi volesse consolarmi, farmi capire che aveva compreso il mio stato d’animo e per sottolineare ancora di più mi baciò sulla guancia, -“grazie” le dissi e gli chiesi, -“ tu dal tuo accento non sembri veneta, di dove sei, come ti chiami” –“ no, no, sono veneta, sono nata a Conegliano, i miei sono nativi di la, ci vivono ancora i miei nonni, sono queste le mie origini, ma ora abito a Senigaglia vicino ad Ancona. Da quando avevo 5 anni mio padre si trasferì per gestire un ristorante, ora ne ha uno di sua proprietà, di conseguenza adesso abitiamo li, mi chiamo Sara F…” le tappai la bocca, non volevo sapere il suo cognome, forse ha importanza da dove viene un fiore, da quale campo, serra, giardino, paese, città da quale nazione, ha forse importanza? Un fiore rimane sempre un fiore con il suo profumo con i suoi colori con la sua forma che importanza ha la latitudine, longitudine la nazione il continente, forse, una rosa un gelsomino un’orchidea perdono di fascino, di colore, di profumo se vengono da Est Ovest Nord o Sud ? Lei per me era un fiore e non importava in quale siepe arbusto rovo o albero era cresciuta.
In lontananza ci giungeva alle orecchie September Morn di Neil Diamod canzone bella e romantica lei si allungò e appoggio la testa sulla mia pancia le chiesi, -“sei comoda” –“si, sto bene qui con te, sei una persona fantastica sai darmi sicurezza e mi fai sentire bene, protetta e compresa, quanti anni hai”, mi chiese a bruciapelo, -“38 e tu ?”, -“sono venuta dai miei nonni per festeggiare i miei 18 anni, ma non mi fai neanche gli auguri !!!” le dissi: -“Che la vita ti possa dare quello che desideri”, feci per darle anch’io un bacio sulla guancia ma lei fu più veloce mi afferrò e mi baciò sulla bocca, un bacio appassionato, io rimasi sorpreso ma sinceramente quel bacio provocò in me una certa eccitazione, lei comprese e per tutta risposta mi bacio ancora e poi ancora e poi ancora ancora ancora e ancora io ero sempre più eccitato e la sua mano si appoggio sul mio ….. non riuscii a fermarla mi abbassò la lampo e dal momento che come si sa, io non porto le mutande, le fu facile raggiungere l’obbiettivo, però volle darmi una spiegazione, mi raccontò che una volta era andata a fare i compiti a casa di un suo compagno di un anno più vecchio di lei questo le disse; -“aiutami” –“in cosa devo aiutarti “, -“lui senza rispondere si abbassò la lampo estrasse il …… prese la mia mano ed me lo mise in mano io strinsi forte istintivamente lui disse –“non così forte fai piano”, -“e mi insegnò ad andare su e giù i un continuo crescendo finché tolse la mia mano e finì da solo.
Io presi i libri e me ne andai di corsa però ero molto eccitata, quella notte non dormii, ecco volevo dirtelo, lo faccio anche per il mio piacere” e così dicendo continuò il suo movimento, io ormai non sapevo più in quale parte del mondo mi trovavo finché consapevole di quanto stava avvenendo, la fermai, -“aspetta, calmati un pochino riprendi fiato e consapevolezza” io cominciai ad accarezzarle il viso era bellissima con quelle lentiggini che le davano quell’aria da acqua e sapone, fresca pulita ingenua nel suo modo di fare anche sincera –“non tutte avrebbero avuto il coraggio di confessare quel tuo segreto, lo sai”, dissi, -“anch’io da piccolo avevo le lentiggini come te e tutti mi prendevano in giri mi dicevano che ero lentigginoso che avevo le macchie sul viso mi avevano soprannominato il macchiato”, lei si mise a ridere, -“io soffrivo per questa cosa dissi, lo dicevo a mia madre che mi consolava e mi accarezzava dicendo ma dai non badarci sono invidiosi, una sera , era la notte di San Lorenzo, alla TV avevano detto che era la notte in cui cadevano le stelle, allora io ero sul terrazzo di casa col naso all’insù mia madre si avvicino accarezzandomi i capelli e disse, --hai visto quante stelle in cielo, hai provato a contarle? -Ho provato mamma, non ci riesco, mi confondo sempre, non importa disse mia madre, le stelle sono le lentiggini di Dio per questo gli altri bambini ti invidiano.
Mi ricordo quando mia madre morì, mi chiamarono dall’ospedale entrai nella stanza dove l’avevano messa era coperta da un lenzuolo bianco la baciai sulla fronte, era fredda, e dissi “ciao Mamma grazie” e me ne andai fuori a piangere da solo. Ti sei calmata?” le chiesi. Stava piangendo con me, mi abbracciò forte mi bacio ancora e poi ancora, fino a togliermi il respiro poi disse, -“ascolta io sono vergine e voglio che sia tu a farlo la prima volta, mi fido di te sono sicura che non me ne pentirò e se mai dovrò incontrare l’uomo che mi sposerà vorrei assomigliasse a te che fosse come te”, così dicendo si alzò si sfilo i pantaloni si tolse gli slip la maglietta, rimase nuda in tutta la sua bellezza di quasi donna. Venne sopra di me lo prese tra le mani lo posizionò e disse –“fai piano ho paura”, io la rassicurai dicendogli che io sarei rimasto fermo e fosse lei a provare piano, piano. Davanti a me i suoi seni piccoli con due capezzoli grandi non avevo mai visto un seno fatto così, ero eccitato da tanta bellezza ed ero io a cogliere quel fiore e non importava in quale campo, serra, giardino, siepe o albero era nato, lei cominciò piano, piano spingendo con brevi colpi finché ebbe un gemito e fu in quel momento che si rese conto di essere diventata donna a quel punto fu un crescente di piacere, una sinfonia dei sensi, ci amammo in un modo che non si può descrivere, ne immaginare, ne spiegare.
Per un pò rimanemmo in silenzio, dopo, quando cominciò a ricomporsi, mettersi la maglietta, gli slip e i pantaloni mi mise le braccia intono al collo e disse: -“grazie anche se non dovessimo vederci mai più ti ricorderò e terrò uno spazio nel mio cuore riservato a te”.
Ero commosso, la presi per mano e c’incamminammo per il viottolo che ci riportava in via Bafile, dove i tedeschi con i pantaloncini di cuoio, i francesi eleganti, gli spagnoli con i capelli neri neri, erano andati a dormire. Rientrammo in discoteca, dove l’addetto all’entrata ci riconobbe e ci fece passare senza difficoltà, lei si stacco da me dandomi una lieve carezza sulla mano con cui la tenevo, riprese a ballare con i suoi amici che nel vederla tornare fecero cerchio intorno a lei gridando AUGURI SARA AUGURI e intonando la canzone “Happy birthday to you”, rimasi a guardarla era felice gioiosa spensierata e lo faceva vedere era un vero miracolo della natura.
M’incamminai verso il bar dove sapevo di trovarci Giorgio ancora appollaiato sullo sgabello a sgranocchiare patatine, noccioline e salatini con quel bicchierone di acqua e ghiaccio, gli dissi: -“ vuoi che andiamo ?” e nel dirlo gli porsi il mio biglietto d’entrata dove era compresa la consumazione –“ prendi, consuma tu, io ho già consumato”.
Quando Giorgio finì la sua consumazione ci portammo all’uscita, in quel mentre sentii abbracciarmi da dietro, mi girai, era Sara mi abbracciò si strinse forte e mi baciò sulla bocca una due tre non ricordo quante volte poi ringraziandomi disse: -“come ti chiami tanto per saperlo”, risposi - “io non mi chiamo mai, sono gli altri che chiamano me” e le porsi il mio biglietto lei lo guardo lo ripose nel taschino del gilet in Jeans e se ne andò gridando: -“ti chiamerò, stai sicuroooooo”.
Uscimmo dalla discoteca e ci incamminammo per prendere la macchina, Giorgio mi chiese chi fosse quella ragazza. Risposi –“Una cara ragazza, l’ho conosciuta questa sera, è qui in vacanza dai nonni, credo che non la rivedrò più”.

FINE

< Ogni riferimento a persone, fatti, descrizioni e nomi, sono puro frutto di fantasia >

Vincenzo Quaggio per gli amici Enzo
 
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