Stefano Serato - Alcolore

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Le tue poesie
Le poesie di STEFANO SERATO
 Schegge:
"Artigliare luce" 1
di: Stefano Serato
Verto
insanguinate spine,
su rose affini
al getto dei desideri.
Chiuse stanze
e fisso bianco
d’angoscia un lembo.
Demoni stretti
e agognate
vie d’ottobre.
Precipitato tendere
necessario silenzio.
Nel frammezzo d’estate
la carne urla
il mancato porto.
Qualsiasi mare
qualsiasi riposo.
Ma che venga.
Le scale dei sensi
alzano desideri
scendono abbandoni
faticano dei Distanti
la tenuta.
Divino sbattere.
La mia
è
quiete sospesa.
Divelte radici
hanno
vene esposte
alla vertigine
del sole a picco.
Residuo purosangue,
orgoglio ultimo
Scriteriato passo
di nuova danza
allieta
il sacrificio.
Forzo i piedi
a rispondere.
Incalza
il fuoco.
Sii lento
Il deserto
accasa l’anima.
Il vento alto
alza
mattoni di sabbia.
E’ presto esilio.
Interiore
incedere
in
ostinati solchi.
Riso duro
serrato
in
denti chiusi.
Gola nuova
preme.
 Schegge:
"Artigliare luce" 2
di: Stefano Serato
Colpi al petto
sfrangiano
maschere.
Il volto
avanza
disteso.
Contuso
dire
si.
Posso
solo
ampie
distrofie.
Redivivo
respirare
restando.
Sporgo
spargendo
spettinate
spinte.
Stento il canto.
Al fondo
schivo gioie.
Come vesti poche
su
nuda pelle.
Eppur
vestono.
Aiuto le secche dello spirito,
le sospingo
a scavar
acque.
Intanto
pianto versi
nelle crepe
Ancora vita
è infusa
in addii
che spaccano
il ventre.
Il dolore
serra
sprovviste conclusioni.
S’infilano parole.
Lo spirito
ago tardo,
è ora adatto.
Rendo alla vita
decisi profili.
Soggiorno
a viso aperto.
Sento
pelle nuova venire.
Fiato fermo
fissa
il presente.
Il passato
si stiva
nel retro dello sterno.
 Schegge:
"Artigliare luce" 3
di: Stefano Serato
Forche caudine
attendono
al varco.
Il fuoco dell’intento
accende sangue.
Cuore
pompa aria,
corpo di fiamma.
Resisto intenso.
Fibra
nutre la presa.
Negli intrecci
la forza.
Compagna angoscia,
amo di te
la morte.
Ma ti penetro
amante infame.
Affondo le mani nei seni abbondanti,
graffio paradisi rosei e curvi.
Vie dell’oltre
attraversano i nervi miei.
Un cristico eccedere
inchioda la Parola
alla febbre del legno.
La notte
rinnova
madri perse.
Mattini
iniziano
insistenze.
Geometrie nuove
dispongono
forme d’anima.
Disperdo
i disegni vecchi.
Grazia sospinta
nutre
l’eleganza lenta.
Rido
il piombo ai piedi.
S’annunciano
nodi,
legati polsi.
Domani
tremo
mani fredde.
Nel palmo
la storia mia.
Segue pieghe uniche,
vie maestre abituate alle strette.
Cuciture
chiudono
costretta pelle.
Rami
piegano l’alto
alle radici.
Come albero
chiedo
terre più feconde.
 Schegge:
"Artigliare luce" 4
di: Stefano Serato
Colpi sicuri
potano
eccessi.
S’irrita
la gelosia.
Giorni imponenti
curvano schiene.
Un gomitolo di speranza
rigiro fra le dita.
Il filo
è
fino fino.
Tendere
spacca.
Prepotenti
fendenti
squassano
corti
respiri.
M’inchino
alla signoria della Precedenza.
Difendo
clausure scarne,
acquietano gli spasmi.
Riposano
rese tardive,
ostinazioni lunghe.
La fretta
schianta i desideri.
Il crogiuolo
è
pazienza.
Assecondo
il lavorio del tempo.
Gli dei dentro
scontano
l’ingombro delle viscere.
Dolore mio
annaspa.
Fremono
emozioni novizie.
In fila
attendono il sacramento.
Rubano il battesimo all’acqua che riga il viso.
Vagina aperta
inghiotte
demoni.
Il seme
sparge
abbandoni.
Uno sciame di dominanze
invade
le pretese.
Sciolgo i tentativi
a rendere
calma.
Veneficio di paura
inchioda
premurose dolcezze.
M’innamoro a stenti
e di tutto.
Dolore scopre
divini recessi.
Restii allo sguardo
concedono solo ascolti.
L’orecchio assordato
è ormai
straniero alle melodie.
 Schegge:
"Artigliare luce" 5
di: Stefano Serato
Sbatti gli anfratti.
Entra poca luce,
muovi polvere fitta e sconfitta.
Mestizia veloce
scioglie
l’arco dorsale.
Una sola lacrima
invade
il mio grigioverde.
I vetri agli occhi
velano il cedere
facendo ampia la miopia.
Vedo
chiare assenze.
Spianto le fatiche per redimere il giorno,
lavoro il giardino che non mi da riposo.
Le fragranze floreali
recano
nuovissime stagioni.
Anche l’inverno
però
viene.
Ecco le sillabe
balbettare un canto.
Son degno solo
di segnare il foglio,
di solcare la carta ,
di premere l’inchiostro in segni.
Un poeta grezzo di fretta
sfiora nelle mani il delirio.
Alla messe piacendo,
il rigoglio abbondante
è deposto
in crepacci custodi.
Scendo lento la soglia rocciosa,
violo i depositi del raccolto.
Nutro gl’inverni futuri.
Sposto rimembranze
in stanze amiche.
Incespicare nei ricordi
allieta il buio di questa rimediata soffitta.
Sovvengono estati corte
e un amore offeso,
biondo lungo da treccie.
Rivoli d’eucarestia
posano il sacrificio
sulle labbra.
La bocca muta
resta estranea al nome del padre.
Al figlio
rubo
il legno incrociato.
Steli nuovi e corti,
accorti a sostenère altezze.
Un ardito fiorire
fa primavera.
S’accendono ripostigli che macinano sudore,
lavoro sodo in spazi angusti.
S’aprono vie,
vene veloci in carne abituata allo strazio.
Il calore
diffonde
sangue e vita.
Incontri propizi e prosperi.
Occhi allegri
imbrattano la gravità di cielo.
Colori affamati di leggerezza
schiariscono gli affanni.
Schiere di misericordia,
tingono.
Vertigini di colonne
in precipizi
raffermi.
Da sempre
la pietra
improvvisa l’alto.
Nonostante.
 Schegge:
"Artigliare luce" 6
di: Stefano Serato
Ammasso ferite atee
lungo desideri scoscesi,
inginocchiati.
Guarigioni seppellite
invocano parusie tarde a venire.
Pazienze sfinite
levigano i nodi.
Trucioli avvolti
cadono
il passato.
L’anima lignea
accorda ai colpi
forme decise.
Uno scalpello dolce
incunea futuro.
L’abisso artiglia i rimasti
concessi
alla gola del caos
affamato
di sacrificale sovrabbondanza.
La tracotanza affonda piedi nel fango,
e i paradisi,
strappati alle mani,
rifugiano innocenze.
Cocci di maschere
bisbigliano
l’assalto della pazienza.
Una donna improvvisa dona insistenza,
porta chiavi che forzano serrature restie.
La gabbia che ho al petto
nutre parole arroganti e arrugginite.
Pensieri
schierati a difendere
ammassi d’impicci.
Indosso divise verdi pratiche all’offesa,
reclamo alleanze illuse di bianco.
Qualche domanda scalza
porta anfibi da trincea,
e una risposta femmina depone fiori
ai libri finalmente morti.
Infissi resistenti
chiudono
del dio
l’ultimo marcire.
Il marmo freddo
stipa il nulla,
lasciato
a credersi sicuro di giovinezza.
Aggiusto un inchino che sparge ciniche devozioni,
e cavo dal ventre il bambino che sento piangere.
Speranza,
finalmente smessa.
Piove grazia
sull’arsura dei non.
Storture nobili
incrinano
fermezze schiave.
Il rigoglio del rigore
è stanco di grigiore.
Il bianco
grida nobiltà e gioco.
Artiglio pazienze dall’andatura piegata,
mormorano rese sfiancate.
Rimane il respiro,
testimone ultimo,
e vita prima.
Rivoli di salvezza
scendono i nervi affaticati.
Il mare,
regno ampio,
manca.
In sogno
domani
riposo lo sbocco.
Un dio dentro
forza gli alvei all’aperto.
La vendetta chiusa
strazia il cielo altissimo, lontanissimo.
Rimango in terra
orfano di quiete.
 Schegge:
"Artigliare luce" 7
di: Stefano Serato
Scrosciano acque preziose
che mancano il cranio del battesimo
e spostano in terra il paradiso.
Gli inferni stanno al fondo degli invasi marci.
Questi versi spaccati
scrivono parole
sul bianco sospeso.
Il foglio inventa scampoli,
resti di vesti che hanno pretese d’ascolto.
Scanso i rischi della superficie
tenendo un coraggio partigiano.
Alla sinistra del petto
un muscolo di pugno
batte continuo la vita mia.
Un serpente vispo
agita il chiasso nel ventre.
Nelle alzate improvvise
scorgo il cenno di Kundalini.
E il deserto continuo.
Orme altere e accese
piantano in terra
il costo della carne.
Nelle forme che lascio
coltivo fiori fuori stagione.
Gli affetti
fame esasperata dagli abbandoni,
chiedono il pane dovuto
attaccandosi a seni sottratti a labbra protese.
S’erge sotto una colonna viva
che si pianta nelle pieghe per rimediare un riparo rosso sangue.
Un sussulto femmina piega inchini e ringraziamenti.
Cavo risposte dalle torsioni delle viscere
dove le domande fitte hanno lo strazio dei solitari d’amore.
Conseguo il riposo
se una donna mi svuota.
Con un foglio di via avuto in ritardo
tenuto stretto fra dita orfane di anelli nuziali,
in un girotondo di desideri vecchi
tuffo mani timide nei colmi della maternità.
Sull’andirivieni delle fatiche
soffia il fiato corto di un significato pieno.
Assorto, in grembo ad un’amante rimediata,
invento giorni di sorriso.
Ho in braccio mia figlia.
I giorni, disciplinano all’assenso.
Anche se morte venisse,
soccorrerei il Nulla di accoglienza.
Il si che mi batte il cuore
sparge il contagio in ogni fibra.
estano giunture stralciate dalle resistenze,
grumi d’esistenza rafferma,
come un pane che ha mancato la fame
e ora sconta l’erosione del tempo.
 Schegge:
"Artigliare luce" 8
di: Stefano Serato
L’impeto del respiro
forza l’ampio a scendere il petto.
Abita i nuovi spazi
la pretesa di un dio.
Giungono traguardi piccoli
su fatiche spropositate.
Fedeltà accadute
spalancano il deserto vecchio
su un’oasi di conseguita presenza.
Varco la soglia di una dimora giovane d’intensità.
Dea armata e fessurata
portata dentro notti feroci
iniettata negli alvei della mia linfa.
Semini il nulla sulla linea del diaframma,
scompigli quiete illusa e maschere cadenti.
Oggi
il resoconto del risveglio
scansa l’imbroglio dei sogni.
Nei miei ventotto
si aprono ferite di verità.
Vivo poche cose,
ma precipitate dal denso.
Mi sorprendo
avuto.
Resto tenuto.
Sii benvenuta,
serpe alchemica
crisi amica di lunghi giorni
solerte spreco di anni
bestemmia gonfia di mancanze
pupilla serva di voragini.
Sia lenta la tua benedizione
e fanciulla la guarigione che spingi.
Con la mia vita intera
visitata dalla sorte a colpi franchi
previo vigore di grazia,
chiedo un’armatura di umiltà
per vestire un me stesso narciso.
Smesse le pose
accosto il fuoco del sacrificio.
Nei cumuli di cenere
impasto il volto futuro.
Vita provvida che dura,
maternità improvvisa che dispone.
Un dio è il passato che preme la nascita,
una dea è la creazione che mi sequestra.
Sono un nodo di terra dagli intrecci celesti.
Terrore e meraviglia
forgiano il calibro degli umani.
Gli eroi ultimi
stanno
sul limite ecceduto.
La Forza antica
avanza
scosse rosse
e dolcezze grezze.
Accolgo lo scarto,
m’improvviso sarto
abile al filo.
Seduco le sconfitte
confezionandole in piccole vittorie.
Le pieghe sono morbide,
i colori decisi,
e la veste è forte di sorte.
 Schegge:
"Artigliare luce" 9
di: Stefano Serato
S’imprimono ampiezze
sulle chiuse
stentate da aspirazioni.
Armonie tarde
accadono
lente lente.
Di nuovo la solitudine
resa a credito dalla Vita.
Omaggio ricevuto nel mezzo del petto
sverna l’Intento dal letargo delle illusioni.
Al lungo delle mie dita
s’apre un palmo ruvido e timido,
forte di coraggio
fragile d’accoglienza
tremante nell’offerta.
Mani giunte
ancora
non sanno stare.
Sulla mano sinistra
la fretta di una lama
ha rigato
vene esposte alla perdita,
gonfie di coraggi rimediati.
Ora
mescolo il sangue offerto
alla vecchia polvere dell’abbandono.
Anni di coraggio incondizionato,
giorni lunghi di speranze,
il Dio portato nel gesto mattutino della croce,
un figlio strano di malattie e desideri,
e il canto del merlo.
Mio padre.
Giungo lungo,
gravido di solitudini stornate,
ritornate,
ostinate,
piantate nel petto da un grumo d’energia arrogante.
Prendo in prestito ad un’amica guerresca
la grazia del coraggio che benedice le fessure dell’anima.
Getti in quelle spaccature il seme della Speranza che mi spera
E la terra, ti chiedo,
e l’acqua, e il sole?
L’Intento, mi rispondi.
Sto su un’altalena
che nasconde la Trasparenza che dona Visione.
Scorgo principesse vergini e dolci,
o amanti dalle forme decise al fuoco del mio pelvico sangue.
Non so ancora vedere la Donna.
M’inondano possessi arrabbiati
affondi affamati di pieno
e un bacio d’incesto.
Del Nome
ripeto il nullo ritorno del Suono.
Dentro la fossa della gola
artiglio l’aiuto della Luce.
Nel coacervo della mente
scanso l’illusione del significato.
Vuoto d’attese
gonfio fiero il petto eretto.
La Forza che viene
accende il fuoco del sacrificio:
s’ offrono i vincoli.
La cenere rimasta
feconda
l’Intreccio dei Distanti.
Tu,
dominatrice e meretrice,
arco mistico,
linea dei Nodi,
nausea sacra.
Spingi l’ampiezza a venire.
La disciplina
governa l’assenso al Gioco.
Se salgo i giorni deciso
giungono prese e intese.
 Schegge:
"Artigliare luce" 10
di: Stefano Serato
L’impeto della bellezza
scalza l’ordine dei concetti.
Voglio maglie di vita
non reti di ragioni,
e dadi colorati per sostenere il Gioco.
Branchi di riluttanze
spengono il sorriso.
Stanze di fatiche
m’ingombrano il viso.
Un Klimt
stasera
grazia le durezze.
Sulla verticale dei sogni
sostengo rabbie sporche di risentimento.
Il gaudio di vibrazioni artigiane
amplia attriti.
Come un devoto,
sto sugli schianti dei pianti non infranti.
La vertigine dell’assoluto
scuote la densità del finito.
Dal sé al Sé:
la devozione si gioca sulla maiuscola.
Le stanchezze
generano
figli abituati al buio.
Nuovi gradienti di Luce
forzano le ristrettezze,
fecondano vagine
nuove di ampiezze.
Chiuse stanze
e fisso bianco
d’angoscia un lembo.
La nostalgia del Compiuto
sfiora architetture di concetti.
Sfugge la fede,
in ripari di fortuna dai tetti aperti
fra giorni sguarniti d’ancore,
su vette di abbandoni difficili.
Sfugge la fede.
Il Manifestato
precipitato.
Sul Punto densissimo che rimane,
improvviso danze senza equilibri,
eleganze unte d’egoismo.
Scivolo su Dio.
Piano piano
nello stacco della purezza
scorgo lo scacco della ferocia.
Biondi mancati
attaccati
offesi da strappi d’eroismo affannato.
Chiedo scusa
con una chiusa di ferritoie decise.
Ululano desideri scomposti.
Violenze confinate
nello stretto delle levate.
Di petto
prendo i giorni al presente.
 Schegge:
"Artigliare luce" 11
di: Stefano Serato
Renditi devoto
mio desiderio.
Renditi secondo
al governo del dio.
Venite gioie tutte
al banchetto delle mie resistenze.
Portate gesti d’eleganza
alla durezze delle mie intenzioni.
E un bicchiere di dolce vino bianco.
Pianterò il mio seme nel solco rosso.
Per un fiore blu.
Annaffierò di sudore purificato
lo stralcio nella terra.
Due pugni di piacere
……..e la creazione decide se stessa.
Il venire,
stringerà una casa?
Il lenire
verrà?
Divaricate,
le braccia offendono i demoni.
Arcate portanti
schiudono presenze.
Vieni flusso
a ricordare gli alvei necessari.
Vieni kundalini
a sposare le fatiche.
Le ore prime
negli incavi di solchi decisi
in ritmi mal accordati
attendono il seme da fecondare.
Le ultime,
spazientite,
azzannano lo spreco della fretta.
Notte
affonda svelamenti.
Adesso
provo un no d’offesa al fato
per stringere un si al destino.
Tengo i distanti
con un grumo di volontà sanguigna.
Offendo accoglienze
con pretese di colpi goffi.
L’erranza maldestra
s’arresta sul limite della decenza.
Entrate,
come tirate d’arco.
Frecce scoccate
puntano centri mancanti.
In vortici d’affetti avviluppati
reti di desideri
catturano
buchi di senso.
Un angelo biondo
viene
e redime.
Nebbie
zittite da intenti di trasparenze
abboccano alle lenze dei pescatori di larghezze.
 Schegge:
"Artigliare luce" 12
di: Stefano Serato
Pago d’essere
chiamo il sorriso a spalancare gl’indugi.
I sotterfugi della malinconia
stanno nudi a cielo aperto.
Aspergere tentativi
ai vivi scarnificati
sacrificati
armati solo di privazioni estatiche.
Il compito dovuto
mi governa il nome.
Pertiche di senso
s’alzano troppo.
Dio viene
ad ogni presenza presa.
Il calco dei giorni
svende stanchezze…
e la venuta
sta alle spalle.
Passi ammorbati
per iniezione di veleno,
farmaco rubato al caso
per fedeltà al destino.
Occhi rinati
dal sonno della biografia
elargiscono
benevolenze goffe.
Danza
scevra di censure
m’ha condotto al rischio della pienezza.
Vorrei stanarti
dal posto stretto della fuga
per offrirti in dono
la spudoratezza dei miei bisogni.
Perché non apri?
Osare
un indugio di dirompenza
per metter mano ai colmi.
Rivolgo inni alla dea madre
con levate contrarie alla gravità
sul sostegno di terre turgide
in silenzi svergognati.
Per un pugno di largo
cargo i nervi di slanci.
Appena sotto la pelle
giace il deserto d’assolate solitudini.
Una moltitudine
sola.
A Te
necessariamente
vengo.
Stringimi
nella fessura del tuo mistero.
 Schegge:
"Artigliare luce" 13
di: Stefano Serato
Dalle vesti di un’amica
m’invadono scosse di ferocia,
prese spazientite di digiuni.
Dall’imbroglio della seduzione
verrà
un domani di rischi.
Sensualità ritrovata
caos di notti
insonnia verace di torri.
Una spada arrugginita
incunea valli oniriche.
Manca
l’oro dalle pace.
Bacio
curve mordide.
Linee di bocca,
custodi della parola,
ancelle del dire,
tutrici di consapevolezza.

Spose del Logos.
Rivolgo a te
Anima
il domandare.
Il mio lascito
è
un ingombro di sacrifici.
Sbarrami il volto
se è il prezzo dell’inchino.
Che ne sarà
di me
al cedere delle tenute?
Osare
costa contorsioni di viscere.
Scalzo
pianto sfiducie nel fango.
La serpe della solitudine
intreccia le caviglie.
Alzati forza
rimedia il gancio della fiducia
trai dal veleno
le dosi di un farmaco.
Storno le chiuse
con le faccende del giorno.
La schiena
piegata a raccogliere
scorge umiltà.
Mi manchi
cura della notte.
Mi mandi
demoni ripetuti.
Di giorno
raccolgo frammenti di luce
per chiamare la tua tenerezza.
Da me a me
riordino la distanza
con tuffi goffi.
Il calore
riposato il corpo
sverna.
Pace
sorella della guerra,
stendi i miei impeti
su un tappeto di sorrisi.
 Schegge:
"Artigliare luce" 14
di: Stefano Serato
Stordito
come di vino
riaccolgo stanchezze.
Manco di grembo
per nutrire
e contenere.
Origine.

Di te
rammemoro
l’oro perduto.
Il rosso rimasto
sconfina i nervi
e predica piacere.
Di giorno
il largo
scova orizzonti.
Di notte
lo stretto
scava fondi.
Simpatie
versate in un crogiuolo di rossi
per imbiancare i bisogni.
Il letargo invernale
sfratta l’anima.
Case contadine
rifugiano
con il vigore di stagioni riaccordate.
In un fraseggio di riflessi
la luna m’ha dato un grembo.
Vorrei essere cieco
per ubriacare il sentire di buio
e toccare il dentro.
Il piglio fermo
nei vortici del nulla
offre piccole offese di grazia.
Inginocchiato
su intenzioni spesse di oltranze
porgo alla sera
indugi.
Vergate di traverso
come sbattere di pioggia
parole
nominano ancore.
M’ammorbidisce
il canto della natura.
Sono un albero d’ulivo
verde di vita
spesso di grazie.
 Schegge:
"Artigliare luce" 15
di: Stefano Serato
Monta l’onda dell’eros
come se una dea venisse. 
Prego la necessità
figlia della natura
perché m’accordi un fluire abbandonato.
Non so nominarti
armonia.
So solo patire
lo scompiglio del tuo mancare.
E riordinare i nervi alla resistenza del posso.
Sono recitato
da un ingombro di maschere
che coprono le smorfie del dolore.
Di necessità
lieto.
Su un patibolo d’ambivalenze
attraverso i giorni a venire.
Lama su vena.
Quella notte
natura
voleva di me
la strage.
Riposo
e poso silenzi
sul seno di necessità.
Vieni croce
a spalancarmi le braccia.
Vieni sacrificio
ad illudermi di senso.
Vieni gioia a redimermi da me stesso.
In corpi
stretti in affondo
natura si ama.
Per un primo bacio
offenderei la Luce.
 Schegge:
"Artigliare luce" 16
di: Stefano Serato
Rappresentazione e gioco.
La vita.
Mancami fretta,
ritorna
gioviale delirio.
Improvviserò
forme adatte.
Prego
vertigini estatiche
e
mani
cave d’accoglienza.

 

 
 
 

 

 
 
 
 
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