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di Callarà
LA CASA DI PUSAN
Dopo l’atroce campagna coreana, finalmente con la polizia militare
incominciai a fare una vita decente.
Infatti non facevo altro che pattugliare con la Jeep le strade e casini
di Pusan.
Si riscuoteva la busta di protezione e se una Madre badessa cioè mamasan
non pagava si dipingeva la porta e il muro : OFF LIMITS” in giallo.
I soldati ,vedendo tale scritto se ne andavano alla porta appresso o
altrove.
Le buste venivano consegnate ai superiori con un piccolo percento a noi
.
Incominciai così a fare una vita che non sembrava tanto militare. A quei
tempi la Corea era come una nazione africana ,non industriale , povera.
Lo sterco umano veniva raccolto in un carro cisterna, come una vecchia
gran botte, trainato da un bufalo per fertilizzare i campi. Un eterno
fetore persisteva ovunque… col tempo quasi ci si abituava.
Si sentiva più forte se si atterrava da un aereo proveniente da fuori
Paese.
Le donne ,d’estate, andavano a petto nudo indossando solo un gilettino
che copriva solo le spalle. Guardare i “pendenti” delle vecchie
“mamasan” era uno spavento. Le strade tutte di terra erano fiancheggiate
da grossi canali dove si buttava l’ immondizia. Gli orli delle strade
erano pieni di sfollati, i senza tetto di maggioranza anziani con
bambini o giovani menomati. In somma un macabro specchio della guerra,
dove il lezzo e la miseria regnavano.
Ai nostri militari era proibito comprare cibo o mangiare fuori dalle
loro caserme.
Dopo alcuni mesi di questa vita decisi di comprare una casetta. Ne
trovai una per mezzo di un avvocato che rosicchiava alcune parole
d’inglese; facemmo il contratto e credo che pagai $28 .
La casetta consisteva di una struttura rudimentale di muro bianco
rotondo, tetto di paglia e pavimento di cemento. L’interno consisteva di
un vano tondo di dieci piedi (3 metri ) di diametro. Fuori, di dietro ,
c’era uno scavo che permetteva di raggiungere il centro del sotto suolo
dove si poteva accendere un fuoco di paglia per riscaldare il pavimento
di cemento nelle notti fredde.
Quando ero fuori servizio ci portavo una ragazza che le mamasan mi
davano. Dopo una settimana dovevo cambiar ragazza perchè le sorelle e
zie arrivavano a dozzine per sfamarsi. Infatti, quasi giornalmente
riportavo molto vitto che l’amico capo cuoco mi dava.
L’amico era quello che ci giocavo a poker e l’acciuffai a vendere roba
ai civili, anzi ogni tanto veniva a casa con la sua bella e si cenava
insieme.
Prima di arrivare alla casetta con la Jeep mi faceva pena veder una
vecchia, coperta da cenci lerci seduta ai margini del canale di merda.
Ella con una mano cercava di dar da mangiare a un paio di piccini
affamati e poi in una scodella prendeva il magro cibo accozzandolo con
l’altro braccio monco.
Lo sguardo mesto e sottomesso di questa anziana donna, in mezzo alla più
squallida miseria era la dimostrazione che anche un essere un essere
umano ridotto ai minimi termini, è capace di aiutare altri più infelici.
Queste persone magari insignificanti alla maggioranza ; per me sono
stati sempre eroi. La loro tenacia e capacità di perseverare e molte
volte di sopravvivere i dolori e le disgrazie umane, le ho sempre
considerate doti inestimabili
Dopo alcuni mesi mi venne finalmente l’ordine del rimpatrio.
Incominciai a mettere tutte le mie cose in ordine , regalai il materasso
,un comodino ed altre cose ai miei camerati .
Il giorno dopo, ancora in servizio, andai a trovare l’avvocato e tra il
coreano e giapponese gli feci capire che volevo fare un passaggio di
proprietà della casa lo pregai di preparare le carte omettendo il nome
del nuovo proprietario.
L’avvocato allora disse: “dayjob bigum cugnin” (Va bene soldato
americano)
Il giorno dopo l’andai a prendere con la Jeep e ci avviammo verso la
casetta. Mi fermai un cento metri prima e feci cenno all’avvocato di
scendere e davanti alla vecchia dissi: “Traduci. “ Signora voglio
regalare la mia casa a lei.”
La povera vecchia che seduta sul lordo fango fece mossa d’inchinarsi
come per ringraziare, invece mi afferrò lo stivale e incominciò a
baciarlo mormorando e piangendo.
Meravigliato quasi imbarazzato rimasi là irrigidito e pensai alla mia
povera nonna paterna che con sette (dico sette) figli nella prima guerra
mondiale non aveva gli uomini per mietere il grano. La nonna si appostò
dietro una fratta all’ingresso del casermone e quando il generale
rientrava si buttò all’improvviso ai piedi dell’alto ufficiale
pregandolo di aiutare una povera vedova sola a mietere il grano.
L’ufficiale di picchetto invano cercava di strappare la nonna che s’ era
attaccata allo stivale baciandolo.
Il generale allora con calma aiutò la nonna ad alzarsi e disse: “ Brava
donna cos’è successo?
La mattina dopo una compagnia di soldati (oltre due cento ) falciarono
il grano in poche ore.
Tutto questo mi passò nella mente in un istante , quando la vecchia
coreana stava come legata al mio stivale.
Dissi con calma all’avvocato di tradurre:”Se non mi lascia lo stivale
cambio idea”
Passarono altri lunghi minuti e con l’aiuto dell’avvocato finalmente
mollò e ci seguì verso la vicina casa.
Dentro l’avvocato sedutosi continuo` a compilare il passaggio di
propieta` aggiungendo che anche i mobili erano compresi , cioè un tavolo
quattro sedie un letto e una stufa. La vecchia circondata da tre
piccini, ancora piangendo firmò col braccio sano.
Il fatto si sparse subito , infatti all’uscita osservai una piccola
folla di vecchi mendicanti che s’inchinavano al mio passare.
Saltai sulla Jeep e partii di colpo come per lasciare questa scia di
miseria umana che la guerra trascina seco.
Raccontando
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