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di Callarà
IL DOPO GUERRA COREANO
Dopo la tregua fummo trasferiti alla città marittima di Pusan nel
sud/est della penisola.
Ammesso alla polizia militare con T.D.Y. al C.I.C. passavo il tempo tra
missioni girovagando per la grande città. Vestito da soldato semplice
con un revolver 38 snub nose dentro lo scarpone sotto i calzoni.
La mattina solevo entrare in una piazzetta per godermi il caldo sole
primaverile. Lo spiazzo si riempiva di vecchietti fragili e magri con
pizzi lunghi e bianchi come le loro tuniche. Sulla testa portavano
cappelli neri alti cilindrici che li rendevano d’aspetto dignitoso.
I giovani che passavano salutavano con un inchino di cortesia.
Mi è sempre rimasto in mente questo rispetto ai saggi anziani.
Anch’io arrivando salutavo allo stesso modo e notavo ,specie da
principio,
lo sguardo incredulo che poi si cambiava in una espressione placida e il
leggero abbassamento della testa che era il ritorno al mio inchino.
Sorpresi i vegliardi che un soldato d’occupazione salutava con rispetto.
La Corea è stata sotto il giogo dell’oppressione straniera per più di
sei cento anni.
Una mattina, dopo una pioggia torrenziale , il sole apparve sulla
piazzetta ad asciugarla e riscaldarla, dopo la colazione uscii dalla
caserma mostrando il documento di contro intelligenza militare alla
sentinella per sostare un pò nella mia piazzetta.
Dopo aver salutato i dignitosi vegliardi mi appoggiai al muro già caldo
dal sole. Notai, subito dopo, due signorinelle quindicenni che correvano
dietro ad un militare negro americano tirandogli il pantalone e gridando
:”G.I. keccy keccy short time” cioè facciamo una chiavata, aggiungendo
parolacce in inglese senza saperne il significato.
Una delle parolacce, offendendo la madre dell’insultato, fece fermare il
militare che afferrato la testa della ragazza l’ immerse ,a faccia in
giù,
in una pozzanghera. Invano la poverina cercava di sommergere e respirare
dimenando e sgambettando.
Vidi le facce dei vecchi che nel silenzio emanavano mille parole di
rassegnazione , di risentimento contro l’oppressore, il conquistatore,
corsi verso il milite e afferrandolo per le braccia gli
gridai:”Lasciala, che la vuoi ammazzare” ma il soldato non mollava,
forse sua madre era morta di recente.
Cacciai il revolver e gli diedi un colpo radente dietro la nuca Cadde
svenuto e io tirai la testa della ragazza fuori dalla melma .
Guardai ai vecchi e nelle loro facce si leggeva una comune espressione
di sollievo quasi di ringraziamento. Gli sguardi penetranti dei
vegliardi cercavano d’interpretare il mio pensiero che chiaramente
segnalava il mio candito messaggio:
“NON TUTTI I CONQUISTATORI SONO MOSTRI.”
Questi momenti per me sono stati sempre difficili a descriverli , perchè
sono attimi di silenzio eloquente, che riflette una vita, una storia o
un atto di gloria.
Ho sentito il dovere di scrivere questo accaduto perchè questo gentil
gesto da me eseguito sorse dal semplice fatto che io stesso ho subito
un’aggressione nella mia terra d’Abruzzo.
Devo anche dire che nella mia permanenza nel Pacifico ho visto pochi
soldati agire con rispetto.
La morale della storia la chiudo con un corto motto terra-mano:
“Sa` cchiu` lu patute che lu sapute”
Raccontando
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