Nelly Gatto - Alcolore

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Racconti
L'incidente

di: Nelly Gatto

Dopo avere snellito un’agenda particolarmente fitta d’impegni, quel venerdì di settembre mi sentivo bene. Ero soddisfatta perché ero riuscita a portare a termine alcune cose che sembravano difficili da realizzare. I tempi erano stati molto stretti, con tante scadenze da rispettare, altrimenti avrebbe avuto poco senso andare avanti e tanto valeva restare in vacanza. Già, la vacanza: ero tornata in città più stanca di prima e sembrava quasi che tre settimane trascorse pigramente tra spiagge e ombrelloni avessero smorzato i miei tiepidi entusiasmi, invece che nutrirli. Appena rientrata, o meglio due giorni dopo, avevo ricevuto la visita della mia amica Mary. Lei non era andata in ferie, non aveva potuto permetterselo. Troppe spese. L’ultima, considerevole, per l’auto. La riparazione di una carrozzeria già malandata per piccoli incidenti avvenuti poco tempo prima aveva preteso una spesa notevole. E così la vacanza era andata a farsi friggere.
Che vuoi, per quest’anno è andata così. Ma l’anno prossimo non me ne frega niente. Nulla m’impedirà di andare in vacanza. L’anno prossimo voglio venire con te. Ce ne andiamo in campeggio insieme. Che ne dici?
Mi aveva detto così e insieme avevamo pregustato il piacere di trascorrere qualche giorno di relax sdraiate sui lettini, magari tra gli alberi a sollazzarci beatamente lasciandoci accarezzare da quel lieve venticello rinfrescante dei paesaggi marini. Avevamo fumato qualche sigaretta e subito dopo eravamo state assalite dal solito banale senso di colpa che ci faceva ogni volta ripromettere di smettere, senza averne tuttavia la reale intenzione.
Era più magra dell’ultima volta, ma le sue gambe lunghe e nervose erano bellissime. Finalmente tutti quei capillari visibili erano rientrati sottopelle, al loro posto. Dei calci e pugni incassati da quella bestia del suo ex marito non era rimasta traccia. Ma era ancora più elettrica. Sembrava che avesse sempre una gran fretta.
Ma che devi fare di così urgente? Possibile che corri sempre come se fossi in ritardo con il treno in partenza? Rilassati!
Anche quella volta era agitata, ancora più del solito, e io le avevo rivolto le stesse parole che le ripetevo in continuazione. Un disco noioso, con gli accordi scontati e scioccamente identici. Stavolta le era anche venuto un herpes, esteso in modo innaturale, uno sfogo epidermico comparso all’improvviso come una beffa a prendersi gioco di lei, del suo sorriso, così la sua bocca pareva contrarsi in un’espressione simile a un ghigno obbligato, insensibilmente fastidioso.
Sabato vado dal medico. Tu vieni?
No, guarda, ancora mi devo riprendere dallo stress del rientro, avevo risposto. L’idea di ricominciare quella mia terapia dolorosa, con il caldo umido sulla pelle, non mi andava proprio.
Magari tra qualche settimana, quando l’aria d’autunno mi rinfrescherà testa e corpo, allora verrò anch’io. E poi che palle, quaranta lunghi chilometri da percorrere adesso… Non se ne parla, mi dispiace.
Glielo avevo detto garbatamente, ma incurante dei suoi malesseri. In quel momento m’importava solo di me, dei miei progetti da portare a termine nei giorni a venire. Lei era andata via, di corsa, e sul pianerottolo aveva tentato di dirmi che stava male sempre più spesso, tanto che a tratti si sentiva quasi mancare. Poi mi aveva abbracciato, con una stretta fugace ma intensa e, aprendo l’ascensore, mi aveva regalato un affettuoso “ti voglio bene”. Anch’io, le avevo sussurrato. Poi avevo richiuso la porta alle mie spalle ed ero ritornata a pensare a me, a mio marito, ai miei figli, relegando in un angolino nascosto della mia anima la dolcezza di quel saluto e sorvolando su tutto il resto.
Quel venerdì stavo bene. Tutto era andato liscio come l’olio. Era una bella giornata, luminosa. Ero tornata a casa dopo una breve passeggiata premio. Ero anche andata dal parrucchiere e il mio aspetto non era poi così male. Pensai di telefonare a Mary. Chiamai in ufficio. Mi rispose un usciere e chiesi di lei.
Ma… veramente… Mary è morta la settimana scorsa. Venerdì scorso…
Poi mi passarono una sua collega, lasciandomi in attesa a vivere uno dei momenti più assurdi e angoscianti della mia esistenza. Qualcosa che non so ancora descrivere. So solo che appresi che era stato un incidente d’auto, al ritorno dal medico. Era andata da sola. Forse aveva avuto un malessere mentre era alla guida. Nessuno sapeva che fosse andata in visita. La sua auto rossa, scintillante dopo il recente restauro, si era scontrata con un camper. Le sue splendide gambe, nell’urto, erano state recise. Nessuno mi aveva avvisato perché non avevamo amici in comune.
Era un pomeriggio di un venerdì d’inizio settembre.
Da allora sono trascorsi un anno e otto mesi.
Un mese dopo l’incidente io ho smesso di fumare.
 
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