Margherita Giacometti - Alcolore

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Racconti
RACCONTI D'INVERNO

I TUOI CAPELLI

Ti vidi per la prima volta in un momento drammatico, non eri bello, ma ti trovai molto maschio.
Ben presto mi trovai a pronunciare il tuo nome chiedendo protezione per te e per me che non avevo alcuna speranza di amarti apertamente. A volte avevo un grande pudore e arrossivo sentendoti parlare, tu non ti accorgevi di me né sapevi della mia esistenza grama di donna alla deriva verso la senilità dell’essere sospesa tra cielo e terra. Col pensiero mi trovavo ad accarezzare i tuoi capelli e a baciare la tua ampia fonte di uomo forte e debole ad un tempo, tu eri io ero, tu solo io sola e ancora tu, su piani paralleli, su vite parallele, su date che non si incrociavano mai e tu parlavi e io toccavo con un soffio i tuoi capelli.
Sentivo il bisogno di avere un uomo che fosse semplicemente uomo e che mi proteggesse, tu parlavi e poi parlavi anche a me ed eri infelice, ti volevo nel mio nido, nel mio castello di strega malefica, volevo darti la pozione magica per farti addormentare nelle mie braccia e tu parlavi, ma un vetro ci divideva, il vetro degli anni, mi sentivo bambina, mi sentivo brutta, mi sentivo falsa e tu eri lì coi tuoi capelli pieni di fili d’argento.
Ti amavo? Non so come, non so quanto,non so perché.
Non eri bello ma eri maschio e questo mi bastava, non cercavo un padre, non cercavo un padrone, cercavo solo protezione dal mondo infame a cui ero stata generata, generata al dolore d’esistere senza una mèta che non fosse la morte. Mi davi a poco a poco la voglia di lottare. Io ero malata.
Ti guardavo, guardavo i tuoi capelli sulla nuca, maschio fra maschi parlavi e poi guardavi me con un sorriso, chissà perché eri sempre sorridente....Poi un giorno mi prendesti tra le braccia e mi stringesti al petto per trasmettermi la tua forza vitale, sapevo che avevi una moglie e dei figli per cui non capivo, assolutamente non capivo quello che mi dicevi, m'aspettavo tutto in quella stanza d'albergo dove ci incontravamo di nascosto. Cominciai a dire che non ero la donna adatta anche se giovane, molto giovane.
Io avevo bisogno di protezione, di conforto, di semplice amore nascosto, e allora perché? Perché? La tua richiesta era insensata, folle, pazzesca, io non potevo tollerarla, stavi attentando alla mia vita. Io non avevo nessuna intenzione di venderti la mia vita, certo mi amavi, ma io, io avevo paura, molta paura, troppa.
Perché? Perché? Perché chiedevi a me l'impossibile? Dicevi che avevamo un legame forte, che tu eri anche un mio ammiratore segreto, ma se io ero un'artista, come tu dicevi, perché mai chiedevi quello che non era a me lecito? Perché mai chiedevi a me un figlio? Perché volevi vedermi gravida a tutti i costi?
Io non volevo e non potevo essere madre, ero stata dolorosamente operata, i medici erano stati chiari e mi avevano sterilizzato né io materialmente potevo essere madre, le tue braccia divennero artigli, il tuo sorriso divenne una beffa, mi sentii presa in giro, tu eri e non eri ed io avevo solo paura, paura di te.

Margherita Giacometti

ERA UN INVERNO SOLITARIO 

Era un inverno solitario e particolarmente penoso per me che trascinavo i miei giorni, la luce eri tu,ma c'era qualcuno accanto a te. Guardavo le tue spalle forti e quadrate e tu eri sorridente, soddisfatto di essere arrivato dove eri arrivato, lottavi contro tutto, tutto quello che c'era da lottare, perché tu eri un guerriero antico, ma io non ero Penelope, non potevo aspettare che tu ti degnassi di guardarmi, in fondo eri una macchina usata, e deprezzata. Tu avevi una moglie che nascondevi da qualche parte, ma che tirava le fila della tua vita, di giorno facevi il maschilista, la notte tornavi buono buono a casa. Ti pareva di aver vinto la lotteria e ti sentivi bello e ricco, eri il mio amore segreto, l'uomo nascosto agli occhi del mondo. La notte senza piangere pronunciavo il tuo nome, quasi che pronunciandolo al buio potesse proteggermi dal male, ma io e te non ci incontrammo mai sul prato dell'amore. Quando capii, ne soffrii, ne soffrii molto, ma molto. Allora cominciai a parlare di te, a criticare il tuo operato, con vero odio, perché ti odiavo, oramai ti odiavo, ti odiavo anche perché non ti capivo, non capivo il tuo gioco, il tuo sporco gioco. Godevo delle tue sconfitte e speravo contemporaneamente di avvicinarti e di avvicinarmi a te.. I miracoli non avvengono per me, ero sempre più sola. La mattina andando al lavoro mi fermavo a prendere qualcosa da fermare lo stomaco, oltre a qualcosa di caldo, nella tazza vedevo annegare l'amore che nell'estate avevo coltivato per te. Improvvisamente mi trovai brutta e vecchia, sempre più vecchia. Sempre più sola e sempre più vecchia. Mi guardavo attorno come un animale ferito, tu chissà dov'eri. Alla fine del mio giro d'ispezione fermai il mio sguardo su di un ragazzo al bancone con una tazza in mano. Fu come quando Ulisse vide Nausicaa, fui presa da timore panico, dunque la bellezza, la giovinezza esistevano ancora?
Il ragazzo aveva labbra sottili e volto pallido, oltre ad una massa di riccioli colore del bronzo, fu una folgorazione, me ne innamorai perdutamente. Il ragazzo si sentiva guardato per cui distolsi lo sguardo da lui. Oddio, un altro amore impossibile? Tacevo per non tradirmi, e guardavo la tazzina vuota, un altro amore ? Dentro di me dicevo di no, che non volevo, che non sapevo che dire che fare. M'alzai un po' malferma sulle gambe, m'alzai e andai al lavoro, come se andassi al patibolo. Il mio destino era segnato, era un inverno solitario e io pensavo a te, che forse soffrivi il prezzo della tua ambizione, cominciai a pensare a quel ragazzo, avrei voluto tendergli la mano, avrei voluto dirgli che ero sola con un amore segreto, con un amore sepolto, con l'amore per un maschio troppo fedele a sua moglie.
In questo inverno solitario sono molto pallida, con ombre sotto gli occhi, mi guardo allo specchio ovale della parrucchiera, non oso più sperare in nulla, ho una spada nel cuore che divide il cuore stesso in due parti . Due amori impossibili. Io non voglio più soffrire, per nessuno, per nulla. Io non so chi amare, io non so perché amare. Io so che sono sola e che nessuno mi difende, pure da me stessa.

Margherita Giacometti

IL CORPO

Era piena estate, un'estate torrida, senza respiro. Guardava la sua immagine di donna allo specchio del lungo corridoio della sua casa in un'opaca cittadina quasi di campagna, si guardava allo specchio e vedeva la sua figura dilatarsi nel silenzio di un appartamento polveroso. Un tempo aveva lunghi capelli crespi colore del miele scuro, ora invece aveva un cespuglio di capelli colore del ferro grezzo. Era ancora una donna, ma non era più una donna da quando aveva preso a scendere la scala della senilità. Il corpo si stava deformando, stava divenendo gonfio come le sue mani, le sue piccole mani. Le sue piccole mani bianchissime erano divenute molto gonfie, specialmente le dita un po' arrossate. Anche il viso pareva espandersi tra i poveri capelli. Le rughe sulla fronte erano sottili, come le labbra che stranamente avevano un color pesca. Quello che le dava più fastidio era il ventre troppo prominente, troppo, come se avesse avuto un paio di gravidanze, ma lei non aveva mai avuto figli, a rigore non era mai stata moglie. Lei era una donna così, senza meta. Quando era giovane, molto giovane, aveva conosciuto la malattia, una malattia che l'aveva corrosa a poco a poco per lunghi anni, salvo poi nascondersi nelle volute del suo cervello. Qualche uomo l'aveva conosciuto nella sua lunga vita, ma non aveva mai gustato fino in fondo il frutto dell'amore. Adesso era come un liuto, nessuno lo suona più apertamente nelle piazze. Adesso lei sapeva solo soffrire, non per altri, ma solo per se stessa. Da un paio di anni considerava di più il suo corpo come una massa pallidissima e liscia che si trascinava dietro ovunque andasse, con fatica in particolare quando saliva o scendeva le scale. Era la sua soma e la veste era il basto. Era sempre più chiusa in se stessa, sempre più in un cerchio di gente taceva e il suo silenzio era particolarmente pesante come un rimprovero inespresso. Passava qualche volta la lingua sui denti radi e si sentiva vecchia, molto vecchia. Eppure lavorava ancora, ne era stanca, ma ostinata non cedeva alla fatica di lavorare. Ma da qualche tempo qualcosa in lei stava cambiando. Non sorrideva più a nessuno che incontrasse per strada. Camminava lenta lenta, quasi infuriata, quasi indurita dal tempo che era passato. I giorni erano tutti uguali, le notti strane e agitate. Era affranta per un corpo così gonfio, così sfiorito. Poi incontrò quando ormai era inverno e non aveva più lacrime da piangere su se stessa chi le diede sollievo e forza per continuare a sperare. Perché ?
Era molto più giovane di lei, fiero di stesso al punto che l'accettò per amante facendo vibrare il suo corpo, lo stanco corpo di lei, ancora e più di prima.

Margherita Giacometti

 
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