Schegge: "Artigliare luce" 9

di: Stefano Serato

S’imprimono ampiezze
sulle chiuse
stentate da aspirazioni.
Armonie tarde
accadono
lente lente.
Di nuovo la solitudine
resa a credito dalla Vita.
Omaggio ricevuto nel mezzo del petto
sverna l’Intento dal letargo delle illusioni.
Al lungo delle mie dita
s’apre un palmo ruvido e timido,
forte di coraggio
fragile d’accoglienza
tremante nell’offerta.
Mani giunte
ancora
non sanno stare.
Sulla mano sinistra
la fretta di una lama
ha rigato
vene esposte alla perdita,
gonfie di coraggi rimediati.
Ora
mescolo il sangue offerto
alla vecchia polvere dell’abbandono.
Anni di coraggio incondizionato,
giorni lunghi di speranze,
il Dio portato nel gesto mattutino della croce,
un figlio strano di malattie e desideri,
e il canto del merlo.
Mio padre.
Giungo lungo,
gravido di solitudini stornate,
ritornate,
ostinate,
piantate nel petto da un grumo d’energia arrogante.
Prendo in prestito ad un’amica guerresca
la grazia del coraggio che benedice le fessure dell’anima.
Getti in quelle spaccature il seme della Speranza che mi spera
E la terra, ti chiedo,
e l’acqua, e il sole?
L’Intento, mi rispondi.
Sto su un’altalena
che nasconde la Trasparenza che dona Visione.
Scorgo principesse vergini e dolci,
o amanti dalle forme decise al fuoco del mio pelvico sangue.
Non so ancora vedere la Donna.
M’inondano possessi arrabbiati
affondi affamati di pieno
e un bacio d’incesto.
Del Nome
ripeto il nullo ritorno del Suono.
Dentro la fossa della gola
artiglio l’aiuto della Luce.
Nel coacervo della mente
scanso l’illusione del significato.
Vuoto d’attese
gonfio fiero il petto eretto.
La Forza che viene
accende il fuoco del sacrificio:
s’ offrono i vincoli.
La cenere rimasta
feconda
l’Intreccio dei Distanti.
Tu,
dominatrice e meretrice,
arco mistico,
linea dei Nodi,
nausea sacra.
Spingi l’ampiezza a venire.
La disciplina
governa l’assenso al Gioco.
Se salgo i giorni deciso
giungono prese e intese.