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Racconti
Tokyo

di: Callarà

Dopo la tregua della guerra di Corea e precisamente durante il periodo che fui assegnato alla polizia militare, tra l’altro fui dettagliato a scortare prigionieri da Pusan a Tokyo.
Si viaggiava con aerei a due motori a eliche per trasporti a pochi centinaia di metri dalle onde del mar Giallo.
Io ed un altro M P eravamo seduti a dorso dei due piloti con mitra, I prigionieri seduti sul pavimento dell’aereo.
Se il tempo era buono si aprivano le due porte adiacenti a noi due M P. per far entrare un pò d’aria fresca. Spesso m’incantavo a guardar il mare e mi quasi veniva la voglia di tuffarmi, tanta era bassa la quota. Il cloruro e l’aroma dell’acqua marina m’invigoriva i polmoni e mi stimolava la mente.
Questi viaggi erano di qualche ora, si atterrava a Tachikawa Airport dove anche si eseguiva la consegna ad altri M P.
Il bello di questo compito di trasferimento che dopo la consegna avevamo 24 ore libere alla bellissima capitale.
Si arrivava quasi sempre a mezzo giorno e poi prendevo un passaggio con mezzi militari per il centro/città.
Di solito bazzicavo il rioni di Scimbasci, molto affollato. Entravo in uno dei tanti albergucci dove il manager mi faceva sfilare le donne da scegliere .
Con pochi dollari si otteneva una camera con una ragazza.
In principio non arrivavo mai alla terza ragazza e me ne andavo in camera subito; ma, col tempo, incominciai ad essere più ricercato nel selezionare.
Un giorno, durante la sfilata delle donne, vidi una bellissima donna che entrando nel lobby scomparve in un altra porta. Subito dissi al manager che desideravo la bella scomparsa. Lui incominciò a balbettare in giapponese ed io, afferrandolo per la giacca gli urlai :”English!!! Speak English!!! Calmatosi, il malcapitato, mi spiegò che la signora era una funzionaria dell’ hotel e non una prostituta.
Allora io, gentilmente, pregai il manager di chiedere alla signora se mi onorasse con la sua presenza a cena. Scomparve dietro la porta per tornare con la bella donna.
Mi presentai e le dissi se mi voleva far compagnia a cena. “ Mi chiamo Momokò e accetto il suo invito.” disse la bella in perfetto inglese.
Momokò con occhi neri lucenti, provocanti e dallo sguardo intelligente non sembrava affatto una giapponese, infatti dava l’impressione proprio di una spagnola meridionale dal sangue caldo.
“Momokò allora va bene alle otto sta sera qui, nel salone.” Dissi licenziandomi per andare a trovare il manager.
Mi ero stufato con le solite prostitute che ripetevano le stesse 10 parole in inglese tutta la sera. Anelavo una serata con una signorina di classe. una conversazione normale, cioè quello che mi mancava più di un anno.
Finalmente ritrovo il manager che mi accompagnò in camera con un portante.
Si spalancò l’ornata doppia porta che mise in vista un lussuoso salotto con una arcata di lato da dove si intravedeva un altro vano arredato a camera da letto. Dal salotto mi affacciai al balcone dalla bella veduta della strada sottostante. Poi calmo dissi al manager:”Io desidero una camera regolare “
E lui di rimando :” La signorina Momokò ha scelto questa per lei”
Licenziai i due dando una mancia al facchino. Mi girai intorno ammirando l’eleganza di questo “ suite” Mi riaffacciai al balcone e m’incantai a vedere la strada piena di gente un panorama folcloristico, così nuovo e interessante per me, abituato al mondo occidentale. Il cammino cortese degli uomini, I passetti gentili delle donne quasi tutte vestite con ricercatezza e con i loro sfolgoranti e colorati Kimono. Le scritte sopra le botteghe e quelle pubblicitarie adornavano questo quadro fiabesco.
Il sole di Maggio abbelliva e scintillava su tutti ed ogni cosa. Un popolo con una civiltà più vecchia della nostra m’incuriosiva anzi mi ammaliava tanto, volevo saper di più su questo popolo, su questa razza.
Feci una doccia e mi buttai sul letto per una siesta.
Mi svegliai al bussare della porta . Ancora sul letto gridai:”Avanti”
Tra l’arcata vidi il manager seguito da due assistenti che tiravano un lungo guardaroba portabile pieno di vestiti.
Il manager gentilmente mi spiegò in un povero inglese che la Momokò preferiva che io vestissi da borghese. Scelsi un vestito verde chiaro che dava sul pisello con camicia bianca e cravatta di un giallo paglierino.
Ma questa Momokò deve essere una funzionaria importante e la dovrò portare in un ristorante sontuoso. … e, poi, non si vuol far vedere con un militare. Io l’avevo notato subito che era una dama di classe dalla presenza che poi si affermava con la padronanza dell’inglese e il gentile comportamento che la rendeva affascinante.
Mi guardai allo specchio e mi meravigliai per l’eleganza che quel vestito radiava, anche perchè mi vedevo sempre in divisa.
Mancava pochi minuti alle otto quando scesi giù al lobby e m’informai dal portinaio quale era il ristorante più di lusso della capitale.
Cortesemente egli mi disse il nome e mi spiegò che era un palazzo di sette piani, in ognuno un ristorante con orchestra.
Pochi minuti dopo apparve la bella Momokò con uno scollato abito nero che aderiva al petto e alla vita per allargarsi fastosamente. La bella faccia ancor più bella dal belletto e le voluttuose labbra accentuate dal rossetto aiutavano a renderla irresistibile. I capelli neri lucenti, tirati all’indietro in uno “chignon” traforato da un paio di pettini argentei d’ornamento, completavano ad eccitare i miei occhi, abbagliati da tale elegante bellezza.
Il portinaio fischiò ad un taxi che in pochi minuti ci portò al palazzo dei sette ristoranti.
Momokò mi spiegò che c’era stata spesso e preferiva la cucina meridionale del terzo piano.
Ordinò tutto lei, anche perché il cameriere capiva poco inglese. Mangiammo quasi tutto a base di pesce con a fianco il solito riso. Roba sontuosa, sembravano frutti di mare ma non potevo identificarli, non li riconoscevo. Alla fine di uno dei balli si avvicinò un generale salutando :
“Come sei bella questa sera Momokò” Disse baciandogli la mano.
Momokò mi presentò al generale che, tra l’altro mi chiese che tipo d’impiego facevo. Io pronto gli dissi che cercavo i primi contatti con ditte nipponiche di alimenti, per una susseguente importazione nel Paese.
“ Ah! Interessante” disse il generale che dallo sguardo mi fece capire che io puzzavo di soldato.
Era molto tardi quando tornammo all‘hotel con una bottiglia di Moet & Chandon andammo su in camera, l’abbracciai, ci baciammo e la portai in braccio in camera. Facemmo l’amore fino all’alba, lei anelava sempre più, ma io sfinito m’addormentai. Poche ore dopo mi svegliò e ricominciammo da capo. La bellezza sessuale del corpo mi eccitava tanto da continuare a perseverare. A tarda mattina, seduta con le gambe incrociate sul letto, nuda mi disse :” Lo sapevo che eri un amante insaziabile. Ho visto il tuo cognome italo/americano. Mio padre era un portoghese della marina mercantile e mia madre giapponese. E` da parte di mio padre che mi sento così amorosa.” L’afferrai per i lunghi capelli, la baciai e lei si adagiò supina sul letto, allargando le gambe, pronta all'’amore.
Tornai due e tre volte la settimana, e presi una settimana di licenza che trascorsi con Momokò in una quasi continua unione sessuale che non ci poteva soddisfare completamente.
Momokò era la proprietaria dell’hotel e possedeva una ditta di taxi in Tokyo. Io incominciai a pensare che potevo essere d’aiuto nella ditta e congedandomi in Giappone me la potevo anche sposare. Ogni volta che arrivavo lei quasi impazziva dalla gioia, così le accennai il mio progetto di entrare a far parte dell’organizzazione dell’hotel e magari di sposarci. Saltò in piedi e mi disse:” Per scopare sei grande ma come marito no!. Io non voglio sposarmi e se più tardi mi sposerò, sarà sempre un locale di alto ceto che può ingrandire il mio business .
Continuammo a rivederci per altre settimane, cioè fina a quando fui trasferito ad altra missione, a Pusan.
Mi ero arrabbiato con lei perché mi bramava e mi voleva ma non come partner per condividere una vita d’amore e d’affari insieme.
Con la fine dei voli a Tokyo mi rallegrai della fine di Momokò che, in giapponese significa Pesca.
Mi telefonò e mi disse che il Generale mi poteva far trasferire a Tokyo.
Io rifiutai perché mi mancava poco per il rimpatrio.
Così finì l’amore appassionato di Momokò, qual un torrente furioso che s’assecca dopo la pioggia.

I sette ristoranti ,non ricordo il nome ma sono famosi perché sono stati ripresi in un famoso film “ The bridge of Tokory”
 
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